venerdì, 07 marzo 2008

Ancora non piove,

i tuoni si rincorrono rapidi e

l’aria è un unico rombo,

il crepuscolo scappa dietro ai monti.

Lampi a raffica

rischiarano , nascosti, il cielo,

come se la luna non avesse il plumbeo velo.

Niente tuttavia,

talora, poco lontano ,

un accenno di  scroscio sferza l’aria,

accordo al ritmo degli scoppi.

I passeri guardano il buio nasconderli tra gli sterpi.

Finalmente piove,

la melanconica melodia scivola

tra il picchiettio che cresce

ed oscura il tuono,

poi qualche fulmine

scoppia così forte da mostrare

una vena tra le nubi e

la luce scintilla le pesanti gocce.

Un abbaglio,

un lampo si scaglia sulla torre,

una foglia si aggrappa al vetro,

il botto sconquassa la finestra,

per un po’ è grandine sui coppi,

poi silenzio e stillicidio di grondaie.

postato da: gnelli alle ore 20:02 | Permalink | commenti (1)
categoria:veloce
lunedì, 11 febbraio 2008

Questo racconto è un'opera di fantasia. Personaggi citati sono invenzioni dell'autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Prima puntata. Su sette (o almeno, così pensavo).

Fermo, immobile, quasi inerte, nel suo caldo ed accogliente ufficio, da chissà quanto tempo, ormai.
Il volto sul piano della scrivania, quasi come se dormisse sui fogli accatastati che aveva appena scritto di suo pugno. Appunti per un romanzo, o almeno così dicevano i meno informati. Un'opera finalmente seria, dopo tutti i brevi pezzi di narrativa finora prodotti, teneva a precisare chi voleva mostrare di essere realmente informato sui fatti. Una commissione dall'alto, era la voce che girava negli ambienti della casa editrice per cui lavorava. Sta di fatto che, dopo il colpo di mano di qualche ora prima, quegli appunti erano ormai diventati illeggibili. Meglio così: discreto com'era, non li avrebbe fatti leggere a nessuno.

I capelli arruffati di chi non ha alcun interesse ad impugnare un pettine. Non impugnava un pettine perché non aveva donne per le quali farsi bello? Oh, una donna ce l'aveva. Anche se a lei ultimamente sembrava di non essere l'unica. Si sarebbero dovuti vedere, quella sera? Forse potrebbe essere il motivo per cui lui era così elegante. Ma doveva essere successo qualcosa di imprevisto, altrimenti non si spiegherebbero l'attesa impaziente nel proprio appartamento di una radiosa dama in vestito da sera, una prenotazione per due in un elegante ristorante della città, e il fatto che lui fosse chino sul suo tavolo da così tanto tempo.

Gli occhi sbarrati fissavano il vuoto, oppure quel muro, dove il suo sguardo era ricambiato dalle fotografie dei bei vecchi tempi: il giorno della laurea a Pavia, in una facoltà così lontana da tutto quello che sarebbe diventato poi; foto della famiglia, in particolare della sorella, accanto ai ritratti degli amici più cari, una sorta di seconda casa ovunque lui fosse; a completare il quadro, una carrellata di immagini in bianco e nero, a parziale conferma del suo successo professionale, ritagliate dalle terze pagine dei giornali. Non c'erano titoli, però, sopra quelle fotografie: per una sorta di pudore li conservava, ma in una cartella, lontano dagli occhi di tutti, in una cartelletta nel fondo di un cassetto.

Ogni tanto, quegli occhi si rianimavano di una scintilla. Non era vita. Non era amore. Non era speranza. Erano i flash degli agenti della scientifica che, oltre ai suoi occhi, si riflettevano anche nella pozza rossa e coagulata larga ed espansa sul piano della scrivania.

Discreto. Se n'era andato discretamente, come aveva sempre vissuto. Non c'era nessun vicino, nello stabile in cui lavorava (e che teneva a lasciare separato dalla casa dove viveva e dalla casa editrice per cui scriveva), che avesse potuto sentire il colpo della pistola. La mano destra la stringeva ancora, «Incerta, come se volesse liberarsene per la vergogna del gesto, o per l'incredulità di essere riuscito a compiere qualcosa di simile», registrava l'ispettore Megutti nel suo dittafono portatile.

Il gesto di un suicida disperato, si sarebbe detto. Eppure, l'ispettore era sicuro del contrario. Come poteva non dare ascolto a tutto quello che, in quella stanza, sembrava voler suggerire che una persona tanto normale, all'apparenza, potesse essere capace di un gesto tanto estremo? L'ispettore si premurò di ascoltare i messaggi in segreteria - uno soltanto, di Giovanni Martani, suo collega nella scrittura per la casa editrice Eburnea, diceva «Passo da te più tardi...» - e di controllare l'agenda da tavolo, aperta alla pagina del giorno. Gli unici due appuntamenti erano fissati per le 17 (spuntava soltanto il nome di un certo Paolo e un numero di telefono), e un chiaro "Cena con Eleonora" alle ore 20.30. Per Megutti - e per chiunque fosse al corrente di un minimo di mondanità - poteva trattarsi solo della dottoressa Nolomi, con cui si vociferava che la vittima avesse una relazione.

L'incipiente rigor mortis indicava che il colpo mortale era stato sparato da una a tre ore prima. L'ispettore controllò il proprio orologio segnare le 22.30, continuando a riflettere sull'accaduto, cercando di immaginare nei minimi dettagli che cosa poteva essere accaduto. I moventi classici per un omicidio sono generalmente tre: gelosia, soldi, vendetta. Il dubbio era su quale tra questi aveva avuto la prevalenza, un'amante dal pugno di ferro che non sopportava la concorrenza di altre aspiranti al suo uomo, oppure qualcuno a cui la vittima prestava (o doveva) del denaro, oppure ancora un rivale professionale, qualcuno a cui aveva rovinato la carriera o a cui semplicemente aveva pestato i piedi. Chi avrebbe potuto desiderare la morte di un promettente romanziere italiano?

Il volto attonito dello scrittore non giaceva più tra le sue carte. Per un momento, Megutti provò compassione per la vittima. Gli passò in un istante: un professionista tutto d'un pezzo non lascia scalfire la sua rigida corazza dai sentimenti, occorre concentrazione, per non commettere gli errori più grossolani. Mentre pensava a ciò, gli agenti ebbero tutto il tempo di compiere gli ultimi rilievi, e il medico legale poté dichiarare che il corpo veniva messo a disposizione dell'autorità giudiziaria. Quindi, poté chiudere la cerniera del sacco di plastica che avvolgeva il corpo e portare all'obitorio il cadavere di Cesare Marco Lazzarini.

postato da: MrCaesar alle ore 21:38 | Permalink | commenti (6)
categoria:poco alla volta
sabato, 02 febbraio 2008

Il pensiero di una donna

ostruisce la mia mente,

inibisce la mia gamma di pensieri,

com’un fischio lancinante

demolisce il mio equilibrio

e mi trovo fra la sabbia  sotto il sole,

senza acqua da potermi rinfrescare,

senza erba e niente piante

ne animali nei dintorni a curiosare.

 

Solo, sperduto e insonne,

in questa valle di pianto,

in quelle rocce tagliate

dal vento

vedo occhi freddi di donna.

 

Una mano mi si porge

candida  e gentile,

dona acqua alle mie labbra e pace al cuore,

tra le braccia d’una bella

si risvegliano i miei occhi:

le sue gote sono rose,

i capelli san di fiori,

nei suoi occhi sono i

boschi freschi e pieni di animali.

 

Dalla nebbia dei dolori

si ridesta il mio cervello,

scopro d’esser sotto un tasso

sulle rive d’un ruscello,

ben ricordo del pensiero un duro passo

 

e mi chiedo fosse mano o fosse ramo.

 

 

Ho scritto questo "commento" con l'idea di anteporlo ai versi (dico versi sperando di non offendere i Poeti), ad un certo punto però ho capito che dichiarando apertamente quello che avrei voluto rendere non avrei fatto altro che evidenziare la mia incapacità (non in senso decadentista) nello scrivere, perciò ho deciso di farvi prima leggere il mio prodotto...

Approfitto della distrazione dei miei due esimi colleghi per pubblicare un'altra delle mie problematiche nonchè sconclusionate produzioni. Anche in questo caso non sono sicuro che il lavoro sia terminato ma proprio per questo, stavolta, chiedo le vostre opinioni.

L'idea era quella di scrivere di una riflessione che partisse da una figura ingombrante e negativa della donna, o meglio del suo ricordo, legata ad un campo semantico confusionario e rappresentabile con la mancanza di vita, al quale contrapporre l'arrivo d'una figura femminile in carne ed ossa, caratterizzata ed accompagnata dalla vita ,che possa riattivare la mente dopo il trauma iniziale. Infine rimane il dubbio se la donna c'è stata veramente o se è stata la natura a salvare il protagonista.

Ovviamente mi sono accorto della mia incapacità di realizzare la mia idea, tutto sommato sono però soddisfatto perchè ho finito col tentare di dare alle parole un ritmo insolito, tanto che ad un certo punto ho pensato di scrivere una "canzone", poi mi sono accorto che avrei dovuto fare troppi tagli.

postato da: gnelli alle ore 15:33 | Permalink | commenti (6)
categoria:sbagliato
mercoledì, 28 novembre 2007

 Talvolta accade che qualcosa di carino mi passi per la mente, generalmente ad orari pazzeschi, spesso non riesco a completare la formulazione del pensiero, sporadicamente decido di mettere da parte qualche idea per poi lavorarci su e mai lo faccio. Le seguenti parole mi sono uscite di botto e mi sono soltanto curato di provare con esse un ritmo  un po' diverso dal solito, il risultato è stato poco gratificante così, parlandone con un amico ho deciso di lavorarvi in seguito in modo da inserire un sistema di rime ,pensavo ad uno schema libero ma alla fine non se n'è fatto nulla, oggi ho riletto il foglietto strappato (è veramente uno scartoccio) che mi ero tenuto ed alla fine mi sono convinto a pubblicarle, visto che mi comunicano inalterato il pur semplice pensiero da cui ero partito.

Varie notti

ho perso immerso nel dubbio:

il pensiero d’una porta chiusa di scatto,

o una pianta senza il sole.

Come muore l’amore?

E’ già tutto finito

quando dei due uno si sente annoiato.

Anzi no,

chi è lasciato ,

spesso, a lungo resta innamorato;

ma per questi il sentimento sfuma piano,

o un momento è 

lo sparire dell’amore dalla mente ?

Questo ho sentito:

tu vorresti che la terra si fermasse

e a soffrire il tuo dolore ti lasciasse.

Il dolore è nei ricordi ma i ricordi son l’amore

che non vuoi abbandonare.

Fredda vita! Ti ci strappa.

 

No,

il tempo non si ferma,

nemmeno in queste notti, che io butto.

postato da: gnelli alle ore 17:54 | Permalink | commenti (1)
categoria:automatizzato
domenica, 07 ottobre 2007

IL PROGETTO

 

Un piccolo brano da immaginarsi ambientato all’aperto, più precisamente fuori da un bar che la vostra immaginazione non faticherà a costruire ad hoc, specificatamente ad un tavolo, dove una coppia di coniugi si accomoda.

 

Marito [parlando sommessamente al cellulare]

…quindi riferisci pure al capo che il suo progetto può benissimo metterselo nel c…

 

[la Moglie lo osserva con sguardo interrogativo]

 

Marito

…nel…cassetto della scrivania, così domani potrò passare nel suo ufficio e dargli un occhiata. Va bene, siamo d’accordo. [riaggancia]

 

Moglie

Chi era al telefono, caro?

 

Marito

Oh, un collega di lavoro che chiedeva per il progetto…

 

Moglie

Ah, quel progetto di cui mi hai parlato ieri?

 

Marito

Si, esatto…

 

Moglie [sfogliando con disinteresse la lista]

Tu cosa prendi?

 

Marito

Non saprei…pensavo ad un macchiato caldo, ma visto il vento che tira oggi penso che una cioccolata sia meglio. Tu?

 

Moglie

Io prendo uno spritz, come al solito.

 

[arriva il Cameriere]

 

Cameriere

Buonasera, sapete già?

 

Marito

Si, per me una cioccolata con panna montata, per lei uno spritz…grazie.

 

[il Cameriere prende l’ordine e rientra nel bar portando le liste con sé]

 

La sai la novità?

 

Moglie

Quale?

 

Marito

Gilbert è all’ospedale…

 

Moglie [sollevandosi stupita dalla sedia]

Come?

 

Marito

Si, è all’ospedale

 

Moglie

Oddio, perché? Sta bene? Cos’è successo?

 

Marito

Mah, ho sentito Theodor per telefono l’altro giorno, ma non mi ha spiegato bene come siano andate le cose. Mi ha parlato di un viaggio in aereo, del gatto di Guendolene e di problemi legati alla casa…

 

Moglie [con volto crucciato e apprensivo]

Ma cosa centrano queste cose con Gilbert?

 

Marito

Te l’ho detto, non ho ben capito cosa mi stesse dicendo: era molto agitato al telefono, agitato e disperato perché Guendolene era inconsolabile.

 

Moglie

Povera cara…ultimamente glie ne succedono una dietro all’altra…certo, forse molto è dovuto al fatto che si preoccupi troppo per delle sciocchezze…

 

Marito

Per forza, ha sposato uno che ai primi appuntamenti la chiamava ogni volta con un nome diverso!

 

Moglie

E con questo? Theodor avrà anche la testa tra le nuvole, ma è una bravissima persona e un marito eccellente!

 

Marito

Ma certo, non lo metto in dubbio, solo che caspita, tutti i giorni si dimentica qualcosa da qualche parte, sfido qualsiasi donna a non essere apprensiva con un marito così!

 

Moglie

Ma Gilbert sta bene?

 

Marito

Spero tanto di si…

 

[arriva il Cameriere con l’ordine. Malauguratamente inciampa e rovescia tutto il vassoio sulla giacca del Marito]

 

Cameriere

Santo cielo! Mi dispiace moltissimo, mi creda, sono mortificato! Aspetti, aspetti, ecco, l’aiuto a pulirsi! Santo Dio, mi scusi, mi scusi, io non volevo, mi dispiace!

 

Marito [trattenendo la rabbia]

No, non fa niente, sono cose che capitano, lasci, lasci. Non è importante, davvero.

 

Cameriere

No, no, sono terribilmente dispiaciuto, mi creda, ogni giorno me ne capita qualcuna. Penso che non sia proprio il mio lavoro, questo. Mi scusi ancora.

 

Marito

Non si preoccupi, succede.

 

[il cameriere entra veloce nel bar ed esce con scopa e paletta. Passa qualche minuto in cui il Marito cerca di pulire al meglio la giacca, la moglie osserva divertita e il Cameriere riordina il disastro]

 

Moglie

Caro, sei magnifico quando corrughi la fronte in quel modo! [ride]

 

[il marito mugugna tra sé qualche parola]

 

Marito

Beh, possiamo andare adesso, no?

 

Moglie

Come vuoi. Spero che nessuno per strada scambi la tua giacca per un Warhol da sartoria. [ride]

 

Marito

E smettila di prendermi in giro! Mi dai sui nervi!

 

Moglie [fattasi seria]

Ah davvero…allora presumo che questa sera tu sia fuori a dormire, vero?

 

Marito

No, sono a casa.

 

Moglie

Molto bene.

 

[qualche ora dopo, i coniugi sono a letto con la luce spenta]

 

Marito

‘notte

 

Moglie

‘notte…a proposito, ora che ci penso, nel mio ufficio la scrivania non ha cassetti…dov’è che doveva mettermi il progetto il tuo collega…?

 

Martinello da Cremona

postato da: YEEEAH alle ore 01:49 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 18 agosto 2007

Il caffè di agosto dev'essere leggero, godibile, fresco ed accattivante, giusto per rinfrancare un po' i mesi di calura estiva. Quindi va per forza shakerato. Anche i libri estivi, tendenzialmente, sono più leggeri, godibili, freschi ed accattivanti, giusto perché è il momento di prendersi una piccola pausa anche cerebrale (avanti, chi ha letto o conosce qualcuno che abbia letto "I Fratelli Karamazov" sotto l'ombrellone?). E anche i libri estivi sono, per forza, shakerati: il mio, personalmente, è stato sballottato nel bagaglio a mano che mi sono portato sull'aereo, ha girato per le vie di Londra subendo traumi a non finire, è stato spupazzato nelle tasche esterne dello zaino da piscina (ben lontano dall'umido del costume o dell'accappatoio), prima di essere trascinato nella borsa da spiaggia lacustre... insomma, anche lui è eingebläut. Come Ted.

Chi è il vero Ted Mundy?
Edward - Ted - Mundy. Figlio di colonnello inglese in Pakistan, rientrato in Inghilterra alla morte del padre, svogliato studente universitario, per tentare di ricostruirsi una vita scappa in Germania. Nella Berlino del 1969, vivacizzata e scossa radicalmente da moti e movimenti studenteschi, incontra Sasha, fragile e schivo teorico rivoluzionario, dalle lungimiranti idee visionarie. I due si conoscono, si studiano, diventano amici, fino al giorno in cui Ted, durante una conferenza, salva Sasha dalla cattura della polizia tedesca, venendo incarcerato e rimpatriato.
«Che cosa significa eingebläut?»
«Christina voleva chiederti se sei già stato pestato dai porci. Vuole vederti con dei bei lividi blu prodotti dalle loro manganellate.»
Edward - Ted - Mundy. A Londra, negli anni '80 dell'era Thatcheriana, impiegato del British Council, marito innamorato, padre assente. Fuori dal Regno Unito, accompagnatore culturale impegnato in conferenze, prevalentemente nei paesi dell'Europa orientale. Ufficialmente. Una volta dismessi i panni del solerte e impeccabile funzionario (anzi, talvolta ancora in quelle vesti), infallibile e preziosissimo collaboratore del Servizio Segreto Britannico, nonché eccellente agente doppiogiochista ai danni della Stasi. Diventato spia per necessità, grazie all'intervento di un amico: Sasha, che lavora con il servizio segreto britannico ai danni dello spionaggio sovietico. Cane fedele a un solo uomo, in gergo: l'unico contatto di Sasha con gli inglesi è Mundy, e viceversa. Anni e anni di collaborazione, fino al crollo del Muro.
Edward - Ted - Mundy. Tentato insegnante di lingua inglese in Germania, innamorato di una donna iraniana nonché simpatizzante musulmano, vecchio e deluso dal corso della storia attuale e post 11 settembre. Contattato per un nuovo, imponente progetto rivoluzionario dal vecchio amico Sasha, idealista illuso ma sempre attivo. Un progetto che non è perfettamente chiaro in tutti i suoi aspetti, e che continua a richiamare nel presente persone di un passato che c'è stato, ma non ha dovuto lasciare traccia.

Fascino britannico e ritmo accattivante, ha il pregio di essere un romanzo di spionaggio scritto da un ex spione di professione (assoldato dall'MI6), ma anche una attenta riflessione sui rapporti personali e interpersonali, sulla vita di chi è costretto a mantenere un'esistenza di facciata e una più intima doppia personalità, sulla lealtà e sulla fiducia. Il tutto condito con delicato humour e un più di un pizzico di mistero (mmmh, facciamo una manciata abbondante).

John le Carré, "Amici assoluti", 2003.
Letto - e apprezzato - da Cæsarillo da Cremona

postato da: MrCaesar alle ore 13:20 | Permalink | commenti (9)
categoria:shakerato
lunedì, 09 luglio 2007

Sei fortunato, tu

Che vivi nella mite terra

Dove l’aria è cullata dal mare

E il sole

Scalda le ossa

In un’estate perenne.

 

Il mio autunno

E’ freddo e ostile,

Tu non sentirai mai il freddo

Che sembra  restringerti,

Non sai com’è, al mattino,

L’erba gelata,

Non hai mai visto i deserti

Di stoppie di riso

Legate da fili di brina,

Né i Pini,

Inossidabili davanti alla schiera

Di Robinie e Pioppi

Spogli e bianchi.

 

Sembra che la notte

Abbia precipitato ogni impurità

E l’aria è secca e cinica

Ma pulita,

Il freddo no, è umido,

sale dal suolo,

Trapassa indumenti e pelle

E bagna le ossa.

Amo il mio autunno,

Tu non conosci la sua alba:

Il sole rosso

E’ una liscia palla,

Spunta tra la nebbia

All’orizzonte,

Tra i rami aguzzi,

E sembra freddo.

Pare che si affacci ossequioso

Per giocare con i riflessi rosa.

Ovunque per la campagna

E’ un suono dolce di cristallo

E il terreno scrocchia.

 

Tieniti il tuo bel sole

A me la Nebbia.

ORA MI SI LICENZI (anche perchè non c'è una rima che è una)

postato da: gnelli alle ore 19:50 | Permalink | commenti (10)
categoria:salato
domenica, 08 luglio 2007

Dov'è finito quello là, le tazzine non si lavano certo da sole... non dovrebbe essere già qui?

Stai calmo, dagli ancora cinque minuti... non ha ancora cominciato da molto a lavorare qui.

Sì, ma è già da mesi che gli concedo cinque minuti in più... sei sicuro che volesse seriamente lavorare con noi?

Devo essere sincero...?

Beh…

No, è che gliel'ho proposto io... Sai com'è, veniva qui un giorno sì e uno no, si interessava di come andavano le cose dietro il bancone, insomma, alla fine gli ho cheisto se gli andava di darci una mano ogni tanto.

E lui…? Sai, mi sembra un po' restio...

Non è ancora entrato nel vivo della cosa... Sai cosa potremmo fare?

Qualsiasi idea è ben accetta, al momento... tra poco avrò tazzine da lavare perfino nella vasca da bagno...

Magari - che ne so - potremmo metterlo dietro il bancone, se se la sente. Non ce lo vedo male a maneggiare piattini e intrattenere clienti. Uh, a proposito...

Sì?

L'ultima volta che è venuto qui a prendere un corretto sambuca, gli è caduto di tasca un foglietto. Dev'essere stato un suo scritto autografo, come pezzo non era male.

...e se gli facessimo lo sgarbo di pubblicarlo? Magari potrebbe anche essere un buon punto di partenza...

Beh, non so come la prenderebbe... facciamo così: lasciamogli campo libero per il prossimo intervento nell'area intrattenimento clienti.

Sì...si potrebbe fare...io sono d'accordo...speriamo solo che si veda nei prossimi cinque minuti...


Percui, Lucherino da Garlasco - o comunque tu decida di chiamarti una volta che firmerai il manifesto -, sappi che io e Martinello non abbiamo fretta: quando hai un po' di pace da esami e quant'altro, hai DAVVERO campo libero per il prossimo post.

Non abbiamo fretta per quello; però sbrigati e vieni a lavare quelle maledettissime tazzine!

...che io ho voglia di farmi un bagno...


Cesarillo da Paway

Martinello da Cremona


postato da: MrCaesar alle ore 21:49 | Permalink | commenti (4)
categoria:macchiato caldo
venerdì, 25 maggio 2007


Buonasera, pochi aficionados del nostro locale...oggi, su mia gentile concessione (dico "gentile" perchè sono abbastanza geloso di quello che scrivo), vi proporrò un mio racconto, scritto molto recentemente...spero vi piaccia. Ah, un consiglio, davanti a un buon caffè si legge più volentieri...


IL MIO GATTO MIAGOLA NEL SONNO

E’ mezzanotte, ora di spegnere il computer e andare a letto; ma non ho sonno, come al solito, quale migliore occasione per leggere un po’? Ultimamente mi succede di andare a letto e prendere in mano un buon libro, magari cominciato due o tre giorni prima, e finirlo la notte tardi. Bukowski è stata l’ultima vittima: sconcio, perverso, nauseabondo, tanto che la puzza delle sue ascelle mi arrivava pungente pagina dopo pagina, perché questo è Bukowski, un barbone che per campare scriveva. E lo faceva nel modo più realistico possibile. Nessuna inibizione, nessun uso del buoncostume; le cose hanno un nome, e così vanno chiamate, siano esse le più basse e abiette della lingua inglese. Dopo averlo infilzato tra i libri letti, tra la ‘B’ di Baudelaire e la ‘C’ di Calvino, tolgo dalle coperte dei libri da leggere l’ancora sonnacchioso Pennac, al quale basta ben poco per svegliarsi. Così comincio a leggere “Il paradiso degli orchi”, ma con calma, quella calma che dopo una ventina di pagine è già giudizio. Purtroppo, Daniel, questa sera ho sonno, mi dispiace averti svegliato per niente. Ci vediamo domani alla stessa ora, va bene? Tanto, se anche ritardo, non credo se ne abbia a male. Quando metto la mia vita nel bicchiere di soluzione salina, di notte, non ci vuole molto tempo prima che il mio gatto me la faccia riprendere di soprassalto. E’ una bestiola amabile, è vero, ma ha una delicatezza nel salire sul letto che ve la auguro, soprattutto dopo aver guardato gli ultimi due film della saga di Freddy Krueger. Non che abbia paura, per carità, ma voi provate a pensare: siete belli rilassati con le coperte a mezza vita per colpa del caldo, e la vostra tensione sta tutta nella telefonata che state intavolando con Morfeo; di punto in bianco salta sul letto qualcosa che non vi aspettavate – poco prima lo vedevate come morto sul divano -, non vi verrebbe un momentaneo moto d’agitazione? Mi è venuta sete. Solitamente mi basta allungare un braccio, tengo sempre una bottiglia d’acqua di fianco al letto, ma stavolta, a tastoni, non trovo niente: devo per forza accendere la luce. Molto bene, l’acqua non c’è. Pazienza. Dopotutto, non avevo così sonno. Vado in cucina, prendo una bottiglia già aperta e me ne torno in branda. Dovete sapere che quando mi alzo dal letto dopo un primo tentativo di dormire, non prendo più sonno per un’altra ora. Vi lascio dunque capire che supplizio sia per me l’estate, quando ogni sacrosanta notte mi sveglio almeno due o tre volte per andare in bagno. Col caldo che fa, uno si dovrà pur rinfrescare durante il giorno…ma torniamo a noi. Dato che sono sveglio, riprendiamo Pennac, che non sembra molto felice di esser ridestato una seconda volta. In effetti è abbastanza contrariato e, da sotto la fronte corrugata, i suoi occhi mi mandano lampi di odio profondo. Non fare il bisbetico, Daniel. Mentre scorro parola per parola, sento il mio gatto miagolare. Alzo gli occhi dal libro con sguardo interrogativo, e dico: “Cosa ti miagoli tu?” – il silenzio. D’altronde, non mi aspettavo certo una risposta. Altre due o tre pagine, e ancora: “miao”. Dannazione, è una questione di principio, felide maledetto, se IO sto leggendo gradirei che TU stessi zitto! Nulla si muove. Le altre volte, muoveva la coda sprezzante per farmi capire di aver recepito il messaggio. Stavolta no, è fermo immobile. Mah. Mi accendo una sigaretta, giusto perché un buon libro va condito con un pessimo vizio. Volute bluastre si sollevano nell’aria, impregnando l’aria. “Miao”. Va bene che non c’è due senza tre, ma al quattro viene da sé proprio non ci voglio arrivare! “Gatto, stai zitto!” – e mi avvicino con fare minaccioso. Dorme. Tra tutti i gatti che potessi avere, proprio uno che miagola nel sonno. “Sei stupido esattamente come il tuo padrone..” – mormoro tra me e me. Riproviamo a dormire, speriamo che questa volta Morfeo non sia ancora troppo indaffarato per occuparsi anche di me. Proprio a un passo dal confine che separa la realtà col sogno, e qui ci si potrebbe dilungare su quale dimensione delle due sia effettivamente “reale” – cosa che non farò in questa sede -, “miao”. Accendo la luce inviperito, pronto a urlare peste e corna al felino. “Maledizione a te, pervertito di un gatto rompiballe! Ti diverti a non farmi dormire?! C’è gente in questa stanza, e questa gente non sei certo tu, che non fai altro tutto il giorno se non mangiare e dormire, che domani deve alzarsi per andare al lavoro, lo capisci o no?!”. Mi ricorda molto, come atteggiamento strafottente, il cane di mia nonna. La segue come un’ombra, ovunque vada. E’ una simbiosi unica, il cane dietro a lei, e lei dietro al cane. Questo solo quando il cane è sveglio. Quando arrivano le prime luci della sera è un altro paio di maniche. Mia nonna guarda la televisione e dice il suo rosario prima di andare ufficialmente a letto, e rigorosamente si addormenta, non so se per l’uno o per l’altro; quando si assopisce lei, allora anche il cane può farlo (credo che si assicuri che lei dorma veramente per scongiurare fughe repentine). Soltanto, mentre mia nonna mormora qualcosa nel sonno, qualcosa di indecifrabile che di molto si discosta dal nitido: “Ahahah, dammi l’asso di bastoni” col quale mia cugina esordì un’afosa notte d’estate di qualche tempo fa, ecco, mentre mia nonna bisbiglia o parla con qualche angelo, il cane sogna di correre. Niente di male, per carità, io personalmente non ho niente da rimproverare ai sogni di un cane, ma almeno che tenga le zampe ferme! Invece no, le muove freneticamente come se si trovasse in un prato sconfinato pieno di gatti nevrotici. Che problema c’è, direte voi, è un cane come un altro; invece no, perché il cane di mia nonna è ZOPPO! E soprattutto, nelle sue mille miglia, scalciando come un vecchio mulo, tira certe sventole nelle gambe a mia nonna che la poveretta rinviene dal suo torpore delirante ed è costretta ad andarsene a fianco del mio buon nonnino, che per scalciare non scalcia, ma in quanto a sinfonie…ecco perché mi piace dormire in stanza con loro, nella casa in montagna. Dormo in un lettino che dall’alba dei tempi chiamiamo “la bomba” non perché chiunque ci dorma sia soggetto a frequenti meteore, ma perché ha un materasso comodissimo. E mi piace dormire con loro perché tra mia nonna che farfuglia, mio nonno che sbotta e il cane che corre, c’è talmente tanta cagnara che non si può non ridere tutta notte. E quando la mattina mi sveglio con le occhiaie che tutti mi chiedono se avessi dormito, rispondo sempre allo stesso modo: “non ci sono riuscito, c’era un party.” Qualche giorno scriverò anche di tutto questo. Ma torniamo al mio gatto parlante. Certo, con un contorno come quello di cui vi accennavo poco fa, ora vi stupirete molto meno se aggiungo a questo quadro disneyano il fatto che chiunque abbia dormito in stanza con me afferma con certezza di aver respirato l’aria di un Landini. Ma anche questa è un’altra storia, e forse ve la racconterò, ma non adesso. Mi rimisi sotto le coperte solo dopo aver aperto la finestra: un po’ di fresco potrebbe aiutarmi a dormire. Dopo un’altra ora, mio malgrado, insonne, eccomi ancora al confine. Ero lì, per dio, avevo già un piede dall’altra parte…no, niente miagolii…un tonfo ai miei piedi mi scosse ancora. Questa volta niente da dire contro il gatto. Era caduto un libro dallo scaffale dei libri letti. Strano, pensai, considerato che è fondamentalmente impossibile che uno dei miei libri possa cadere da lì. Lo raccolgo o non lo raccolgo? Lo raccolgo, d’altronde ogni mia avventura cartacea la tratto bene, poveretta, è il minimo che possa fare per contraccambiare quella storia tanto generosamente regalatami a discrezione della casa editrice di turno. Tra tutti i libri che potevano cadere, proprio “il Conte di Montecristo”. Per la miseria, il mio libro preferito no! Lo tratto quasi come se fosse mio figlio, e per la cronaca non ne ho ancora, quindi ogni cosa che possa costituire una minaccia alla sua splendida rilegatura, la sposto a distanza di sicurezza. Quindi, se l’avevo messo lì, proprio in quella posizione, evidentemente non c’erano pericoli imminenti. NO, maledizione, si è smussato un angolo, quante brutte parole che vorrei lanciare! Aihmé, riponiamo questo povero ferito nel suo cantuccio. Faccio appena in tempo a tornar sotto le coperte che ancora – SBAM – e ricade. Alzo gli occhi al cielo, sperando che non sia ancora lui…e invece si. Vorrei aiutarlo, ma rimango come di stucco di fronte alla scena che mi si presenta: dallo scaffale dei libri letti vedo “Quando eravamo giovani”, la prima raccolta di racconti di Bukowski, che si lancia sull’inerme conte di Montecristo. Pur essendo gracilino rispetto a Dumas padre, vedo che Charley sa il fatto suo. Pugni, calci, improperi e bestemmie fanno da corolla alla rissa tra i due. Dumas chiama a raccolta Bertuccio, il barone Danglars, Fernand Mondego, conte di Morcerf, e non da ultimo Edmond Dantés per contrastare l’avvinazzato Bukowski. Dal canto suo, lui sfodera le sue armi preferite: una bottiglia di whisky, un pacchetto di sigarette rigorosamente rubato da un’automobile col finestrino abbassato, una confezione da sei di birra e gli scontrini delle corse all’ippodromo. Si preannuncia uno scontro titanico. Eccoli all’assalto, Dumas contro Bukowski, Dantés contro le sigarette, pur essendo lui stesso uno sporadico fumatore di pipa indiana, Danglars contro gli scontrini delle corse, poiché la sua professione di banchiere non poteva affidargli un avversario migliore, Fernand Mondego si accanisce contro la bottiglia di whisky, bevanda nobile per un “nobile” come lui, e il povero Bertuccio si trova a dover fronteggiare la confezione da sei di birra. Un putiferio. Sangue da tutte le parti, urla di dolore, tonfi, insomma, se non fosse intervenuto Hemingway a placare gli animi, se le sarebbero date di santa ragione. “Calmatevi, ragazzi, su.” – basta questo per lasciare Buk stupefatto; tutto l’odio che provava si è trasformato in gioia indicibile. “H…Hem? Sei tu?” – dice, irrigidito – “Si, Charles, sono io…”. “State tutti bene?” – chiede Dumas ai suoi – “Non esattamente, capo…Fernand è morto” – notò con disappunto il barone Danglars. “Già…che domanda stupida.” Ordina ai restanti di tornarsene nel romanzo e poi, come fanno i prestigiatori al termine del loro numero, scompare in una nuvoletta di fumo bluette. “Scusatemi ragazzi – interruppi io – non è che potreste tornarvene sullo scaffale e lasciarmi dormire?”. “Impossibile – mi dice Bukowski – ho troppe cose di cui parlare con lui” - indicando Hemingway. “Facciamo così – gli propongo – per stanotte vi metto sullo scaffale vicini, così che potrete dialogare silenziosamente attraverso le copertine, però da domani si torna ai propri posti, intesi?”. I due acconsentono, spariscono, e io li ripongo sullo scaffale, uno vicino all’altro. E, finalmente, mi addormento. Il giorno dopo, al lavoro, noteranno la mia stanchezza e probabilmente mi chiederanno cosa avessi fatto la sera. “Mah, niente, il mio gatto miagolava nel sonno…poi c’era quel matto di Bukowski che pretendeva di fare a botte con Dumas...e poi…oh, lasciate perdere, ho solo dormito poco.”. “Tu leggi troppo, ragazzo mio…” – mi dirà affettuosamente la titolare del bar in cui presto servizio come cameriere. “Può darsi…può darsi…”.

Martinello da Cremona

postato da: YEEEAH alle ore 19:42 | Permalink | commenti (10)
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martedì, 15 maggio 2007

Non a tutti piace leggere. E vabbè, la gente non la si può mica costringere. Ma pochi hanno finora affrontato un'altra questione, altrettanto importante: non a tutti piacciono i libri che, tuttavia, hanno già cominciato a leggere. Neanche qui gliene si può fare una colpa. Però, ci sono libri che, una volta cominciati, piacciono poco e libri che piacciono proprio poco. Come si fa a capire dove sta la differenza? Semplice: basta utilizzare l'E.G.U.B...

E.G.U.B. (Evaluation Grade for Unfinished Books, scala di valutazione per libri non terminati)
Ovvero: come metterla giù al vostro amico subdolo che vi chiede "Cosa stai leggendo adesso?" perché sa che state leggendo qualcosa, sì, ma è sempre quel qualcosa da ormai un sacco di tempo.
In altre parole: indice di non-gradimento letterario.

I gradi di separazione sono soltanto cinque: dal primo, il più lieve, al quinto. In caso di presenza di più di un grado, il criterio per il calcolo di un corrispondente - non attestato! - è moltiplicativo. Esempio: un secondo e terzo grado, insieme, darebbero un sesto, anche se non esiste. Più il grado è alto, meno il libro è godibile. Comunque, ecco il dettaglio delle valutazioni.

1) Eh, devo finirlo.
È Kantiano, grossomodo. Presuppone il fatto che voi sentiate un dovere morale per la vostra crescita intellettuale e spirituale (o politica o gastronomica, dipende se state leggendo la Costituzione o un ricettario di Gianfranco Vissani) portare a termine la lettura di quel libro.
[Parentesi matematica - deformazione professionale: so che ai fini della moltiplicazione l'uno è ininfluente. Ma è quello che permette di distinguere i "grado uno" dai "grado zero"...]

2) Mi mancano ... pagine.
Il fatto che lo sappiate indica che alla fine del libro ci siete arrivati. Poi, che l'abbiate fatto per cominciare il liberatorio countdown (meno trenta! meno venti! meno dieci!...) per la fatidica ultima pagina, poco importa. Funziona anche con "Mi mancano ... capitoli".

3) Sono arrivato a...
Ce ne sono due versioni. Nella prima, la più pacchiana, si riporta il numero della pagina corrente, per farne un rapporto con il numero totale di pagine del libro ("Sono a pagina trentasette. Sì, ma su centotrenta", per suggerire il rapporto 37/130 = 28,5%). Molto spesso si fa seguire dalla precisazione "Però è scritto fitto".
Nella seconda, più fine, si parte da un presupposto che vede l'interlocutore più culturalmente avanzato, percui si può anche rischiare di raccontargli senza problemi il punto preciso della trama, magari mantenendosi sul vago ("Sono al punto che lui ha appena sentito che lo minacciano", e il libro è «I Promessi Sposi»).

4) L'ho lasciato lì un po'.
Sottintende la classica frase "Abbiamo bisogno di una pausa di riflessione", ed evidenzia una separazione quasi netta, quasi duratura, quasi come ogni storia d'amore finita male. Se proprio all'interlocutore preme saperlo, si può integrare dicendo il numero delle settimane, o dei mesi (o degli anni) di interruzione.

5) Ah, no, non l'ho finito.
Un'ammissione di colpa che non mostra il benché minimo interesse nell'assoluzione. È così, punto e basta, bisogna farsene una ragione, e non una parola di più.

Ammettete anche voi che c'è un libro, nella vostra vita, rimasto non finito e attualmente a prendere polvere nella vostra libreria... Per me è "La Montagna Incantata" di Thomas Mann. L'ho iniziato, ma non l'ho finito; l'ho piantato sulla mensola per qualche annetto, tre o quattro. Ho letto più o meno una cinquantina di pagine - sulle cinquecento totali, e mi mancano in tutto una ventina di capitoli. Ma, tranquilli, mi sono detto che prima o poi dovrò leggerlo.
Grado: 120.

postato da: MrCaesar alle ore 20:36 | Permalink | commenti (6)
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