Buonasera, pochi aficionados del nostro locale...oggi, su mia gentile concessione (dico "gentile" perchè sono abbastanza geloso di quello che scrivo), vi proporrò un mio racconto, scritto molto recentemente...spero vi piaccia. Ah, un consiglio, davanti a un buon caffè si legge più volentieri...
IL MIO GATTO MIAGOLA NEL SONNO
E’ mezzanotte, ora di spegnere il computer e andare a letto; ma non ho sonno, come al solito, quale migliore occasione per leggere un po’? Ultimamente mi succede di andare a letto e prendere in mano un buon libro, magari cominciato due o tre giorni prima, e finirlo la notte tardi. Bukowski è stata l’ultima vittima: sconcio, perverso, nauseabondo, tanto che la puzza delle sue ascelle mi arrivava pungente pagina dopo pagina, perché questo è Bukowski, un barbone che per campare scriveva. E lo faceva nel modo più realistico possibile. Nessuna inibizione, nessun uso del buoncostume; le cose hanno un nome, e così vanno chiamate, siano esse le più basse e abiette della lingua inglese. Dopo averlo infilzato tra i libri letti, tra la ‘B’ di Baudelaire e la ‘C’ di Calvino, tolgo dalle coperte dei libri da leggere l’ancora sonnacchioso Pennac, al quale basta ben poco per svegliarsi. Così comincio a leggere “Il paradiso degli orchi”, ma con calma, quella calma che dopo una ventina di pagine è già giudizio. Purtroppo, Daniel, questa sera ho sonno, mi dispiace averti svegliato per niente. Ci vediamo domani alla stessa ora, va bene? Tanto, se anche ritardo, non credo se ne abbia a male. Quando metto la mia vita nel bicchiere di soluzione salina, di notte, non ci vuole molto tempo prima che il mio gatto me la faccia riprendere di soprassalto. E’ una bestiola amabile, è vero, ma ha una delicatezza nel salire sul letto che ve la auguro, soprattutto dopo aver guardato gli ultimi due film della saga di Freddy Krueger. Non che abbia paura, per carità, ma voi provate a pensare: siete belli rilassati con le coperte a mezza vita per colpa del caldo, e la vostra tensione sta tutta nella telefonata che state intavolando con Morfeo; di punto in bianco salta sul letto qualcosa che non vi aspettavate – poco prima lo vedevate come morto sul divano -, non vi verrebbe un momentaneo moto d’agitazione? Mi è venuta sete. Solitamente mi basta allungare un braccio, tengo sempre una bottiglia d’acqua di fianco al letto, ma stavolta, a tastoni, non trovo niente: devo per forza accendere la luce. Molto bene, l’acqua non c’è. Pazienza. Dopotutto, non avevo così sonno. Vado in cucina, prendo una bottiglia già aperta e me ne torno in branda. Dovete sapere che quando mi alzo dal letto dopo un primo tentativo di dormire, non prendo più sonno per un’altra ora. Vi lascio dunque capire che supplizio sia per me l’estate, quando ogni sacrosanta notte mi sveglio almeno due o tre volte per andare in bagno. Col caldo che fa, uno si dovrà pur rinfrescare durante il giorno…ma torniamo a noi. Dato che sono sveglio, riprendiamo Pennac, che non sembra molto felice di esser ridestato una seconda volta. In effetti è abbastanza contrariato e, da sotto la fronte corrugata, i suoi occhi mi mandano lampi di odio profondo. Non fare il bisbetico, Daniel. Mentre scorro parola per parola, sento il mio gatto miagolare. Alzo gli occhi dal libro con sguardo interrogativo, e dico: “Cosa ti miagoli tu?” – il silenzio. D’altronde, non mi aspettavo certo una risposta. Altre due o tre pagine, e ancora: “miao”. Dannazione, è una questione di principio, felide maledetto, se IO sto leggendo gradirei che TU stessi zitto! Nulla si muove. Le altre volte, muoveva la coda sprezzante per farmi capire di aver recepito il messaggio. Stavolta no, è fermo immobile. Mah. Mi accendo una sigaretta, giusto perché un buon libro va condito con un pessimo vizio. Volute bluastre si sollevano nell’aria, impregnando l’aria. “Miao”. Va bene che non c’è due senza tre, ma al quattro viene da sé proprio non ci voglio arrivare! “Gatto, stai zitto!” – e mi avvicino con fare minaccioso. Dorme. Tra tutti i gatti che potessi avere, proprio uno che miagola nel sonno. “Sei stupido esattamente come il tuo padrone..” – mormoro tra me e me. Riproviamo a dormire, speriamo che questa volta Morfeo non sia ancora troppo indaffarato per occuparsi anche di me. Proprio a un passo dal confine che separa la realtà col sogno, e qui ci si potrebbe dilungare su quale dimensione delle due sia effettivamente “reale” – cosa che non farò in questa sede -, “miao”. Accendo la luce inviperito, pronto a urlare peste e corna al felino. “Maledizione a te, pervertito di un gatto rompiballe! Ti diverti a non farmi dormire?! C’è gente in questa stanza, e questa gente non sei certo tu, che non fai altro tutto il giorno se non mangiare e dormire, che domani deve alzarsi per andare al lavoro, lo capisci o no?!”. Mi ricorda molto, come atteggiamento strafottente, il cane di mia nonna. La segue come un’ombra, ovunque vada. E’ una simbiosi unica, il cane dietro a lei, e lei dietro al cane. Questo solo quando il cane è sveglio. Quando arrivano le prime luci della sera è un altro paio di maniche. Mia nonna guarda la televisione e dice il suo rosario prima di andare ufficialmente a letto, e rigorosamente si addormenta, non so se per l’uno o per l’altro; quando si assopisce lei, allora anche il cane può farlo (credo che si assicuri che lei dorma veramente per scongiurare fughe repentine). Soltanto, mentre mia nonna mormora qualcosa nel sonno, qualcosa di indecifrabile che di molto si discosta dal nitido: “Ahahah, dammi l’asso di bastoni” col quale mia cugina esordì un’afosa notte d’estate di qualche tempo fa, ecco, mentre mia nonna bisbiglia o parla con qualche angelo, il cane sogna di correre. Niente di male, per carità, io personalmente non ho niente da rimproverare ai sogni di un cane, ma almeno che tenga le zampe ferme! Invece no, le muove freneticamente come se si trovasse in un prato sconfinato pieno di gatti nevrotici. Che problema c’è, direte voi, è un cane come un altro; invece no, perché il cane di mia nonna è ZOPPO! E soprattutto, nelle sue mille miglia, scalciando come un vecchio mulo, tira certe sventole nelle gambe a mia nonna che la poveretta rinviene dal suo torpore delirante ed è costretta ad andarsene a fianco del mio buon nonnino, che per scalciare non scalcia, ma in quanto a sinfonie…ecco perché mi piace dormire in stanza con loro, nella casa in montagna. Dormo in un lettino che dall’alba dei tempi chiamiamo “la bomba” non perché chiunque ci dorma sia soggetto a frequenti meteore, ma perché ha un materasso comodissimo. E mi piace dormire con loro perché tra mia nonna che farfuglia, mio nonno che sbotta e il cane che corre, c’è talmente tanta cagnara che non si può non ridere tutta notte. E quando la mattina mi sveglio con le occhiaie che tutti mi chiedono se avessi dormito, rispondo sempre allo stesso modo: “non ci sono riuscito, c’era un party.” Qualche giorno scriverò anche di tutto questo. Ma torniamo al mio gatto parlante. Certo, con un contorno come quello di cui vi accennavo poco fa, ora vi stupirete molto meno se aggiungo a questo quadro disneyano il fatto che chiunque abbia dormito in stanza con me afferma con certezza di aver respirato l’aria di un Landini. Ma anche questa è un’altra storia, e forse ve la racconterò, ma non adesso. Mi rimisi sotto le coperte solo dopo aver aperto la finestra: un po’ di fresco potrebbe aiutarmi a dormire. Dopo un’altra ora, mio malgrado, insonne, eccomi ancora al confine. Ero lì, per dio, avevo già un piede dall’altra parte…no, niente miagolii…un tonfo ai miei piedi mi scosse ancora. Questa volta niente da dire contro il gatto. Era caduto un libro dallo scaffale dei libri letti. Strano, pensai, considerato che è fondamentalmente impossibile che uno dei miei libri possa cadere da lì. Lo raccolgo o non lo raccolgo? Lo raccolgo, d’altronde ogni mia avventura cartacea la tratto bene, poveretta, è il minimo che possa fare per contraccambiare quella storia tanto generosamente regalatami a discrezione della casa editrice di turno. Tra tutti i libri che potevano cadere, proprio “il Conte di Montecristo”. Per la miseria, il mio libro preferito no! Lo tratto quasi come se fosse mio figlio, e per la cronaca non ne ho ancora, quindi ogni cosa che possa costituire una minaccia alla sua splendida rilegatura, la sposto a distanza di sicurezza. Quindi, se l’avevo messo lì, proprio in quella posizione, evidentemente non c’erano pericoli imminenti. NO, maledizione, si è smussato un angolo, quante brutte parole che vorrei lanciare! Aihmé, riponiamo questo povero ferito nel suo cantuccio. Faccio appena in tempo a tornar sotto le coperte che ancora – SBAM – e ricade. Alzo gli occhi al cielo, sperando che non sia ancora lui…e invece si. Vorrei aiutarlo, ma rimango come di stucco di fronte alla scena che mi si presenta: dallo scaffale dei libri letti vedo “Quando eravamo giovani”, la prima raccolta di racconti di Bukowski, che si lancia sull’inerme conte di Montecristo. Pur essendo gracilino rispetto a Dumas padre, vedo che Charley sa il fatto suo. Pugni, calci, improperi e bestemmie fanno da corolla alla rissa tra i due. Dumas chiama a raccolta Bertuccio, il barone Danglars, Fernand Mondego, conte di Morcerf, e non da ultimo Edmond Dantés per contrastare l’avvinazzato Bukowski. Dal canto suo, lui sfodera le sue armi preferite: una bottiglia di whisky, un pacchetto di sigarette rigorosamente rubato da un’automobile col finestrino abbassato, una confezione da sei di birra e gli scontrini delle corse all’ippodromo. Si preannuncia uno scontro titanico. Eccoli all’assalto, Dumas contro Bukowski, Dantés contro le sigarette, pur essendo lui stesso uno sporadico fumatore di pipa indiana, Danglars contro gli scontrini delle corse, poiché la sua professione di banchiere non poteva affidargli un avversario migliore, Fernand Mondego si accanisce contro la bottiglia di whisky, bevanda nobile per un “nobile” come lui, e il povero Bertuccio si trova a dover fronteggiare la confezione da sei di birra. Un putiferio. Sangue da tutte le parti, urla di dolore, tonfi, insomma, se non fosse intervenuto Hemingway a placare gli animi, se le sarebbero date di santa ragione. “Calmatevi, ragazzi, su.” – basta questo per lasciare Buk stupefatto; tutto l’odio che provava si è trasformato in gioia indicibile. “H…Hem? Sei tu?” – dice, irrigidito – “Si, Charles, sono io…”. “State tutti bene?” – chiede Dumas ai suoi – “Non esattamente, capo…Fernand è morto” – notò con disappunto il barone Danglars. “Già…che domanda stupida.” Ordina ai restanti di tornarsene nel romanzo e poi, come fanno i prestigiatori al termine del loro numero, scompare in una nuvoletta di fumo bluette. “Scusatemi ragazzi – interruppi io – non è che potreste tornarvene sullo scaffale e lasciarmi dormire?”. “Impossibile – mi dice Bukowski – ho troppe cose di cui parlare con lui” - indicando Hemingway. “Facciamo così – gli propongo – per stanotte vi metto sullo scaffale vicini, così che potrete dialogare silenziosamente attraverso le copertine, però da domani si torna ai propri posti, intesi?”. I due acconsentono, spariscono, e io li ripongo sullo scaffale, uno vicino all’altro. E, finalmente, mi addormento. Il giorno dopo, al lavoro, noteranno la mia stanchezza e probabilmente mi chiederanno cosa avessi fatto la sera. “Mah, niente, il mio gatto miagolava nel sonno…poi c’era quel matto di Bukowski che pretendeva di fare a botte con Dumas...e poi…oh, lasciate perdere, ho solo dormito poco.”. “Tu leggi troppo, ragazzo mio…” – mi dirà affettuosamente la titolare del bar in cui presto servizio come cameriere. “Può darsi…può darsi…”.
Martinello da Cremona